UFO negli abissi

a nuova mappa che svela il legame tra avvistamenti e canyon sottomarini

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CUN Sicilia

4/28/20263 min read

Un recente articolo del Daily Mail, datato 28 febbraio, ha riproposto l’interessante tema degli oggetti sottomarini non identificati – in gergo USO (Unidentified Submerged Objects) – presentando una nuova e affascinante ricerca. Lo studio ipotizza che tali misteriosi velivoli possano raggrupparsi attorno ai maestosi canyon sottomarini al largo delle coste degli Stati Uniti, alimentando il dibattito sulla possibilità che mezzi tecnologicamente avanzati operino stabilmente sotto il livello del mare.

Il cuore di questa indagine risiede nell'analisi sistematica di oltre 80.000 segnalazioni presenti nel database del National UFO Reporting Center (NUFORC) che ha rilevato una concentrazione insolita di avvistamenti in prossimità di ripidi sistemi di canyon sottomarini, con una prevalenza schiacciante lungo la costa occidentale americana.

Lo studio, condotto in modo indipendente, rilancia la cosiddetta "ipotesi criptoterrestre": l'idea, cioè, che i fenomeni aerei non identificati (UAP) non provengano necessariamente da pianeti lontani, bensì da una forma di vita intelligente non umana nascosta proprio qui sulla Terra, protetta dall'oscurità e dall’insondabilità delle fosse oceaniche. A guidare questa ambiziosa ricerca è Antoni Wędzikowski, un avvocato e ricercatore di Varsavia che, incrociando i dati del NUFORC con le mappe batimetriche della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e utilizzando strumenti di intelligenza artificiale per normalizzare i dati, ha individuato una correlazione geografica sorprendente. Se la costa orientale statunitense e quella del Golfo del Messico non mostrano schemi particolari, la costa occidentale, davanti alla California, presenta dei veri e propri "punti caldi". Regioni come La Jolla, Mugu Canyon e Monterey Canyon hanno registrato frequenze di avvistamenti che sfidano ogni logica statistica: emblematico è il caso di La Jolla, dove a fronte di una previsione di circa 55 avvistamenti basata sulla popolazione, ne sono stati censiti ben 820.

“Innanzitutto, l'analisi ha effettivamente riscontrato un'associazione spaziale statisticamente significativa tra le caratteristiche dei canyon sottomarini e la densità delle segnalazioni di UAP lungo la costa occidentale degli Stati Uniti”, ha dichiarato Wędzikowski, aggiungendo: “Non si tratta di numeri trascurabili: l'associazione ha inoltre previsto correttamente 4 delle 5 principali aree a maggiore densità (hotspot). Ma la seconda sorpresa è stata altrettanto importante: l'effetto è assente sulla costa orientale e del Golfo. Non è un modello universale; si concentra in specifiche regioni della costa occidentale, principalmente nel Puget Sound e nel sistema di canyon di San Diego”.

La tesi proposta da Wędzikowski troverebbe una sponda inquietante nei resoconti militari degli ultimi vent'anni, relativi all’osservazione di oggetti misteriosi visti passare dall'atmosfera all'acqua con una facilità disarmante. È il caso della USS Nimitz nel 2004 quando, al largo della California, il comandante David Fravor osservò un velivolo bianco a forma di "Tic Tac" compiere manovre impossibili, scendendo da quote altissime fino al pelo dell'acqua in una frazione di secondo. Il ricercatore polacco ha inoltre rilevato che questi fenomeni non si distribuiscono uniformemente nel tempo, ma tendono a manifestarsi in brevi e intensi periodi, suggerendo una sorta di attività ciclica o programmata. Nonostante l'entusiasmo per questi risultati, Wędzikowski mantiene un approccio rigoroso e cauto, ammettendo che i dati non costituiscono ancora una prova definitiva dell'esistenza di basi sottomarine e che fattori sociali, come l'effetto emulazione dopo casi mediatici eclatanti, potrebbero influenzare alcune segnalazioni.

Tuttavia, la precisione statistica con cui il modello ha previsto i principali hotspot suggerisce che non si tratti di semplici coincidenze. Wędzikowski ha ora intenzione di sottoporre il suo lavoro a una revisione paritaria, esortando la comunità scientifica a integrare questi dati con analisi sonar approfondite per verificare se l'attività subacquea inspiegabile coincida effettivamente con i segnali nel cielo. La vera sorpresa, secondo l'autore, non risiede tanto nei risultati, quanto nel fatto che, nonostante decenni di database pubblici disponibili, nessuno avesse mai pensato di mappare il mistero seguendo la morfologia del fondale marino.

"Ho seguito l'argomento UAP per anni e ciò che mi ha costantemente frustrato è stato il divario tra i dati reali e il modo in cui il tema viene solitamente discusso, basandosi su narrazioni individuali o speculazioni piuttosto che su analisi sistematiche", ha spiegato. "Ci sono decine di migliaia di segnalazioni geolocalizzate conservate da decenni; gli strumenti per testarli sono statistiche geospaziali standard. La cosa sorprendente non è il risultato: è che nessuno abbia controllato prima."

Andrea Raito